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June 09

VINCI ITALIA

FORZA AZZURRI

 

VINCETE PER NOI

 

 

OGGI ALLE 20.30

 

OLANDA - ITALIA

 

 

 

 

 

 

May 30

NOTRE DAME DE PARIS: BELLA

Bella
La parola bella e nata insieme lei
Col suo corpo e con i piedi nudi lei
E' un volo che afferrerei e stringerei
Ma sale su l'inferno a stringere me
Ho visto sotto la sua gonna da gitana
Con quale cuore prego ancora Notre Dame
C'e...
Qualcuno che le scagliera la prima pietra
Sia cancellato dalla faccia della terra!
Volesse il diavolo, la vita passerei
Con le mie dita tra i capelli d' Esmeralda
Bella...
E' il demonio che si e incarnato in lei
Per straparmi gli occhi via da Dio, lei
Che ha messo la passione e il desiderio in me
La carne sa che paradiso e lei
C'e in me il dolore di un amore che fa male
E non m' importa se divento un criminale
Lei
Che passa come la bellezza piu profana
Lei porta il peso di un' atroce croce umana
O Notre Dame!
per una volta io vorrei
Per la sua porta come in chiesa entra in lei
Bella...
Lei mi porta via con gli occhi e la magia
E non so se sia vergine o non lo sia
C'e sotto Venere e la gonna sua lo sa
Mi fa scoprire il monte e non l'al di la
Amore, adesso non vietarmi di tradire
Di fare il passo a pochi passi dall' altare
Chi...
àˆ l'uomo vivo che potrebbe rinunciare
Sotto il castigo, poi, di tramutarsi in sale?
O Fiordaliso, vedi, non c'e fede in me
Vedro sul corpo di Esmeralda se ce n'e
Ho visto sotto la sua gonna da gitana
Con quale cuore prego ancora Notre Dame
Qualcuno che le scagliera la prima pietra?
Sia cancellato dalla faccia della terra!
Volesse il diavolo, la vita passerei
C'e
Con le mie dita tra i capelli di Esmeralda
di Esmeralda

 

May 19

INTER CAMPIONI D'ITALIA

        INTER

       CAMPIONI

         DITALIA                             

                      16

 

Ibra super e l'Inter è campione d'Italia
Matarrese fischiatissimo al Meazza
Fiorentina in Champions, Milan Uefa

La doppietta dello svedese entrato nel secondo tempo contro il Parma trascina l'Inter verso lo scudetto numero 16 e il terzo consecutivo della gestione Mancini. In B Livorno, Parma ed Empoli. Il presidente della Lega contestato duramente durante la cerimonia di premiazione dei neocampioni nel loro stadio  

 Parma, 18 maggio 2008 - L'Inter è campione d'Italia per la 16esima volta nella sua storia, la Fiorentina va ai preliminari di Champions League mentre il Milan giocherà la coppa Uefa con Sampdoria e Udinese, in B, dopo il Livorno, finiscono Parma ed Empoli. Questi i verdetti dell'ultima giornata di serie A che incorona per la terza volta di fila i nerazzurri.

 

May 13

IL CANTO DI ULISSE

DALLA DIVINA COMMEDIA
Dante, "Inferno" XXVI
 
Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande
che per mare e per terra batti l'ali,
e per lo 'nferno tuo nome si spande!

Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.

Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.

E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss' ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com' più m'attempo.

Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n'avea fatto iborni a scender pria,
rimontò 'l duca mio e trasse mee;

e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch'io vidi,
e più lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,

perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi.

Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,
nel tempo che colui che 'l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,

come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov' e' vendemmia e ara:

di tante fiamme tutta risplendea
l'ottava bolgia, sì com' io m'accorsi
tosto che fui là 've 'l fondo parea.

E qual colui che si vengiò con li orsi
vide 'l carro d'Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,

che nol potea sì con li occhi seguire,
ch'el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:

tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra 'l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.

Io stava sovra 'l ponte a veder surto,
sì che s'io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz' esser urto.

E 'l duca che mi vide tanto atteso,
disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch'elli è inceso».

«Maestro mio», rispuos' io, «per udirti
son io più certo; ma già m'era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:

chi è 'n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov' Eteòcle col fratel fu miso?».

Rispuose a me: «Là dentro si martira
Ulisse e Dïomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l'ira;

e dentro da la lor fiamma si geme
l'agguato del caval che fé la porta
onde uscì de' Romani il gentil seme.

Piangevisi entro l'arte per che, morta,
Deïdamìa ancor si duol d'Achille,
e del Palladio pena vi si porta».

«S'ei posson dentro da quelle faville
parlar», diss' io, «maestro, assai ten priego
e ripriego, che 'l priego vaglia mille,

che non mi facci de l'attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver' lei mi piego!».

Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l'accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.

Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto
ciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,
perch' e' fuor greci, forse del tuo detto».

Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:

«O voi che siete due dentro ad un foco,
s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,
s'io meritai di voi assai o poco

quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l'un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi».

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: «Quando

mi diparti' da Circe, che sottrasse
me più d'un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né 'l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,

vincer potero dentro a me l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l'alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
e l'altre che quel mare intorno bagna.

Io e ' compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov' Ercule segnò li suoi riguardi

acciò che l'uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l'altra già m'avea lasciata Setta.

"O frati", dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d'i nostri sensi ch'è del rimanente
non vogliate negar l'esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".

Li miei compagni fec' io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,
de' remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle già de l'altro polo
vedea la notte, e 'l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,

quando n'apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l'acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com' altrui piacque,
infin che 'l mar fu sovra noi richiuso».
May 11

AUGURI A TUTTE LE MAMMA

AUGURI A TUTTE LE MAMME
 
                         
 

                                         A LEI

 

A Lei -che un giorno- mi senti' muovere in grembo.

A Lei -che forse pianse di gioia nella mia attesa -e di dolore al mio arrivo.

A Lei -che mi nutri' con il suo corpo,

a cui presi ogni giorno -una parte di vita.

A Lei che spio' i miei passi -e che pianse ad ogni mio passo.

A Lei -che mi fece uomo , va questo mio canto d' amore....

E quando il mio desiderio di liberta' mi portera' via,

accanto- al suo respiro

rimarra' sempre un pezzetto di me,

 e a me -un pezzetto -

di Lei.

( Elena Ammaturo )

 

 
 
 
April 30

1 MAGGIO

             
              1 MAGGIO 
           
           FESTA DEL LAVORO
 
 
 
 
      COMBATTIAMO CONTRO LE
 
       MORTI BIANCHE E IL PRECARIATO
 
 
 
 
 
 
       
               
April 28

IL BRIGANTAGGIO FU SOLTANTO LA GUERRA DEI POVERI

La lotta armata nel Sud delle bande contro i proprietari terrieri e l'esercito del Regno trae origine da un grave disagio sociale

Che brigante, si dice bonariamente di un individuo dall'elasticità morale comprovata che non esita per il proprio tornaconto a ricorrere a furberie di ogni genere pur di condurre l'acqua al suo mulino. Il termine, attualmente usato soprattutto per stigmatizzare la condotta riprovevole di una persona in campo sentimentale, nel secolo scorso indicava l'appartenenza a una delle numerose bande che, in un arco temporale ristretto, dal 1860 al 1865, imperversarono nel Sud dell'Italia dando vita a quel fenomeno dalle implicazioni sociali e politiche classificato dagli storici sotto l'etichetta di "Brigantaggio meridionale". Ma chi erano i briganti? Gruppi di malfattori riuniti in una zona delimitata e disciplinati sotto l'autorità di un capo che attentavano con le armi in pugno alle persone e alle proprietà. Razziatori, ladri, delinquenti o, come si direbbe oggi, tutti coloro che agendo al di fuori della legalità appartengono alla cosiddetta malavita organizzata. Ma anche se i metodi e le "imprese" non differivano da quelli della delinquenza comune, la connessione finiva lì. Il brigantaggio, infatti, a cominciare dalla sua durata che si manifestava per poi estinguersi in un periodo di tempo definito, si è sempre discostato, almeno per le cause da cui trae origine, dal banditismo fine a se stesso ed è sempre stato l'espressione di un profondo disagio socio-economico.

Nel 1860, alla caduta del regime borbonico sconfitto dall'esercito dei volontari garibaldini, il Meridione veniva annesso di fatto agli altri Stati già sotto il dominio di Casa Savoia e si presentò all'appuntamento unitario in condizioni di profonda arretratezza e di grande squilibrio sociale. Nella vasta zona dello Stato pre-unitario popolata da oltre 700.000 abitanti, quasi un terzo della popolazione globale italiana dell'epoca, la distribuzione della ricchezza che traeva la sua unica fonte dalla produzione agricola era iniquamente spartita fra un ristrettissimo numero di latifondisti mentre la massa di braccianti agricoli era ridotta alla fame. Le premesse per una rivolta popolare erano già nell'aria fomentate dalla propaganda borbonica che incitava le masse dei diseredati a considerare i conquistatori piemontesi come il nuovo nemico da combattere e nell'autunno del 1860 una violenta guerriglia sfociò in tutta la parte continentale dell'ex Regno delle due Sicilie, con una diffusione massiccia nell'area compresa tra l'Irpinia, la Basilicata, il Casertano e la Puglia. Capitanati da ex braccianti, disertori, ex soldati borbonici e garibaldini, decine di migliaia di ribelli si diedero alla macchia rifugiandosi nelle zone montuose più impervie e inaccessibili per dare inizio a una guerriglia condotta su un duplice fronte, quello delle incursioni per razziare e depredare i ricchi proprietari terrieri, e quello sul piano squisitamente militare contro l'esercito piemontese.

In un primo tempo la matrice della ribellione sembrava essere circoscritta a fattori di natura prettamente politica e configurarsi nella lotta armata contro l'oppressore, ma quando la giurisdizione del Regno d'Italia s'insediò ufficialmente, la vera causa della sollevazione popolare si rivelò come il prodotto di un incontenibile disagio sociale. Il vecchio regime borbonico era caduto per l'iniziativa garibaldina di tipo rivoluzionario che aveva alimentato nelle masse meridionali concrete speranze di un radicale rinnovamento della società locale, ma il nuovo governo che nel 1861 prese le redini del potere era l'espressione della borghesia, quella Destra storica che affrontò la questione meridionale con un patto di alleanza fra i ricchi possidenti del Nord e i proprietari terrieri del Sud, eludendo la promessa della tanto agognata riforma agraria che doveva destinare la terra ai contadini. La realtà apparve ben presto in tutte le sue sfaccettature negative per il popolino: le strutture economiche e sociali rimasero immutate mentre faceva capolino un nuovo nemico agli occhi delle masse di diseredati. Lo Stato forte dell'Italia unificata imponeva una rigida centralità amministrativa introducendo pesanti balzelli che andavano a gravare sul capo dei più deboli, l'insopportabile ingerenza dei prefetti di polizia e la norma della ferma militare obbligatoria, particolarmente invisa alle popolazioni povere del Sud. A tutto ciò andava aggiunta l'incapacità da parte della Destra conservatrice di affrontare la questione del Mezzogiorno focalizzando come esigenza primaria la questione sociale che fu invece la vera molla scatenante dell'esplosione di quel gravissimo fenomeno di rivolta popolare noto come brigantaggio meridionale.

Qual era la consistenza delle forze ribelli dislocate su un territorio che si espandeva fino ai confini meridionali dell'Abruzzo? Si calcola che le bande di briganti siano state oltre 350, di cui almeno 33 con oltre 100 uomini e le più corpose con un organico che sfiorava le 400 unità, e che schierarono in campo decine di migliaia di ribelli "prelevati" con la persuasione o con la forza dall'immenso serbatoio delle masse contadine. Le "formazioni" erano comandate da capi dal nome leggendario come Crocco, La Gala, Pasquale Romano, Caruso, Luigi Alonzi, Gaetano Manzo, Tranchella.

Crocco, al secolo Carmine Donatelli, era originario di Rionero e dominava la zona della Basilicata e del Melfese. Arruolatosi nell'esercito borbonico, aveva ucciso un commilitone nel 1850 e aveva disertato per evitare la forca. Dieci anni dopo si aggregò a un gruppo di patrioti lucani insorti per iniziativa di alcuni borghesi di Rionero. Di nuovo ricercato, si diede alla macchia nei boschi del Vulture seguito da un manipolo di compagni di sventura e divenne un temuto fuorilegge. Le sue file ben presto si ingrossarono e Crocco si mise a disposizione dei reazionari borbonici da cui ricevette assistenza e sovvenzioni. La sua banda nutrita e compatta impegnò in durissimi scontri le truppe regolari piemontesi, ma alla fine di luglio del 1864 Crocco prese la decisione di ritirarsi dalla guerriglia e si trasferì nel territorio dello Stato Pontificio convinto di farla franca. Benchè il clero appoggiasse ufficiosamente gli insorti, il capobanda lucano fu arrestato dal governo papale e incarcerato per le sue nefandezze. Nel 1872 fu processato dalle autorità italiane a Potenza e condannato all'ergastolo. Morì dopo oltre 30 anni di reclusione nel penitenziario di Santo Stefano a Ventotene.

Michele Caruso di Torremaggiore era considerato uno dei capibanda più sanguinari e temibili. Agiva con i suoi briganti nel Molise, nel Beneventano e nella Capitanata ( l'attuale provincia di Foggia ). Le sue azioni di vera e propria guerriglia organizzata diedero molto filo da torcere alle forze dell'esercito del Regno d'Italia dal 1862 al 1863. Catturato in seguito alla soffiata di un delatore il 10 dicembre 1863 nei pressi di Molinova, venne trasferito a Benevento e fucilato il giorno successivo dopo un processo sommario. Con la sua morte la banda in breve tempo si disperse.

Luigi Alonzi, soprannominato "Chiavone", originario di una famiglia di agiati contadini e guardaboschi di Sora, capeggiava una banda di oltre 400 briganti e combattè contro le truppe regolari del Regio Esercito tra il 1861 e il 1862 nelle zone confinanti del Sorano, del Casertano e dello Stato Pontificio. Venne fucilato nell'estate del 1862 per ragioni rimaste oscure, forse per rivalità, dall'ufficiale spagnolo Raffaele Tristany, inviato sul luogo su preciso ordine borbonico per organizzare azioni di guerriglia contro l'esercito italiano. Il Tristany assunse successivamente il comando di tutte le bande di briganti che operavano ai confini dello Stato Pontificio.

Gaetano Manzo di Acerno, un centro del Salernitano, comandava una banda di medie proporzioni ed era noto con il nomignolo di Mansi. Il suo campo d'azione era ristretto ai territori situati intorno a San Cipriano Picentino e Giffoni Valle Piana, nell'entroterra del Salernitano. La sua banda si arrese alle truppe regolari solamente nel 1866.

Gaetano Tranchella, a capo di una banda di media consistenza formatasi nel 1861, infieriva pure lui nel Salernitano e precisamente nelle zone fra Eboli, Battipaglia e Persano. Fu ucciso nel 1864 dalle truppe regolari e la sua banda fu decimata.

I briganti, ovviamente, godevano dell'incondizionata simpatia delle masse rurali che li identificavano alla stregua di veri e propri eroi, una specie di ottocenteschi Robin Hood paladini di una Dea Giustizia che brandiva la spada contro i soprusi dei ricchi e il pericolo costituito dalle autoritarie imposizioni del nuovo padrone, il Regno d'Italia. Forti degli appoggi tangibili forniti dalla corrente reazionaria borbonica e a volte addirittura da quegli stessi proprietari terrieri che essi depredavano, ma che avevano accolto con sospetto l'arrivo della dominazione sabauda, i fuorilegge potevano contare anche sull'aiuto della Chiesa, che non aveva digerito la mozione del primo Parlamento italiano nella seduta del 27 marzo 1861 tenutasi nel salone di Palazzo Carignano a Torino in cui fu presa la decisione di dichiarare Roma futura capitale del Regno, mentre la città era ancora saldamente nelle mani di Papa Pio IX, fermamente intenzionato a non rinunciare al potere temporale sui territori dello Stato Pontificio. In virtù di quella ufficiosa connivenza i briganti potevano trovare riparo nei conventi e sfuggire alla cattura nel caso in cui la loro sortita contro le truppe regolari si fosse risolta in un frettoloso ripiegamento.

Fin dai primi mesi del 1860, il fenomeno del brigantaggio assunse dimensioni dilaganti e costrinse i piemontesi a portare il numero dei soldati impiegati nel Sud dagli iniziali 22.000 a un contingente di 50.000 nel dicembre del 1861, aumentato a 105.000 unità l'anno successivo fino a raggiungere il numero di 120.000 nel 1863. La lotta armata fra briganti meridionali e truppe dell'esercito regolare in cinque anni fece un'ecatombe di vittime assumendo le proporzioni di una guerra civile. Si calcola che tra il 1861 e il 1865 rimasero uccisi in combattimento o passati per le armi 5212 briganti e che ne siano stati tratti in arresto 5044. Occorsero misure severissime di pubblica sicurezza per stroncare definitivamente il brigantaggio e fu determinante al riguardo la "Legge Pica" del 15 agosto 1863, che sottopose alla giurisdizione militare le zone di maggiore attività dei banditi.Venne proclamato lo stato d'assedio, con rastrellamenti di renitenti alla leva, di sospetti, di evasi e pregiudicati. Le rappresaglie furono atroci e sanguinose da entrambe le parti e spesso le masse furono coinvolte loro malgrado negli scontri pagando con la distruzione di interi villaggi e le fucilazioni senza processo di centinaia di contadini ritenuti a torto fiancheggiatori dei briganti.

A proposito del brigantaggio e delle cause che lo scatenarono, vale la pena di sentire l'autorevole relazione dello storico e letterato napoletano Pasquale Villari, che condusse sull'argomento una meticolosa ricerca raccolta sotto il titolo di "Lettere meridionali", una diagnosi quanto mai spietata e realistica sui mali che affiggevano il Mezzogiorno d'Italia negli anni dell'unificazione.

"Il brigantaggio è il male più grave che possiamo osservare nelle nostre campagne. Esso certamente può dirsi la conseguenza d'una questione agraria e sociale che travaglia quasi tutte le province meridionali. Le prime cause del brigantaggio sono quelle predisponenti e prima fra tutte la condizione sociale, lo stato economico del campagnuolo , che in quelle province appunto dove il brigantaggio ha raggiunto proporzioni maggiori, è assai infelice: i contadini non hanno nessun vincolo che li stringa alla terra. Mangiano un pane " che non mangerebbero neppure i cani", diceva il direttore del Demanio e delle tasse. Nelle carceri di Capitanata ( quelle della provincia di Foggia ), e così altrove, quasi tutti i briganti sono contadini proletarii. Le bande del Caruso e del Crocco, molte volte distrutte, si ricostituirono senza difficoltà con nuovo venuti e in una medesima provincia si osservava che là dove il contadino stava peggio, ivi grande era il contingente dato al brigantaggio; dove la sua condizione migliorava, ivi il brigantaggio scemava o spariva. Anzi nell'Abruzzo, per la sola ragione che il contadino ridotto alla miseria e alla disperazione può andare a lavorare la terra della campagna romana, dove piglia le febbri e spesso vi lascia le ossa, lo stato delle cose muta sostanzialmente. Questa emigrazione impedisce l'esistenza del brigantaggio e prova come esso nasca non da una brutale tendenza al delitto, ma da una vera e propria disperazione...

"Per distruggere il brigantaggio noi abbiamo fatto scorrere il sangue a fiumi, ma ai rimedi radicali abbiamo poco pensato. In questa, come in molte altre cose, l'urgenza dei mezzi repressivi ci ha fatto mettere da parte i mezzi preventivi, i quali soli possono impedire la riproduzione di un male che certo non è spento e durerà un pezzo. In politica noi siamo stati buoni chirurghi e pessimi medici...".

Quando queste "Lettere" furono pubblicate, un ufficiale dell'esercito, che si trovava ancora nelle Province Meridionali, dove aveva partecipato alla campagna del brigantaggio, mandò al Villari le sue memorie, che cominciò a scrivere a Viggiano, in Basilicata, nel 1861, e che continuò fino al 1868. Egli non volle che fosse reso noto il suo nome, avendo mandato quel manoscritto solo per fargli conoscere i risultati della sua personale esperienza, l'opinione sua e quella di molti altri ufficiali dell'esercito intorno alle vere origini del brigantaggio. Villari rispettò la sua volontà e pubblicò in forma anonima qualche brano di quelle memorie nella versione originale. Eccone alcuni stralci.

"Il brigantaggio antico e contemporaneo, a mio debole vedere, trae unicamente origine dalla triste condizione sociale delle popolazioni, non dagli avvenimenti politici, che se possono aumentargli forza non basterebbero mai a dargli vita; e neppure da cattiva indole o nequizia degl'indigeni, che in verità hanno dalla natura vivezza d'ingegno, carattere dolce e sommesso e in alcune province, come nell'antico Sannio, negli Abruzzi e nelle Calabrie, a queste naturali disposizioni uniscono una robustezza e un'energia invidiabili. Errerò, ma secondo quello che io penso il brigantaggio in sostanza altro non è che una questione ardente agraria e sociale

"Fa meraviglia il trovare, in quasi tutti i centri popolosi, soltanto quattro o cinque famiglie ricche, spesso fra loro imparentate, e il resto nullatenenti. E così, ad eccezione di pochi soddisfatti, che imperano al lor talento, e dispotizzano, ovunque si volga lo sguardo non si vedono che miserie e guai, quasi a derisione illuminati dal più bel cielo. Vive ognora, per inveterato costume tramandato dal feudalesimo, il diritto nei proprietari di pretendere in determinati giorni dell'anno l'opera gratuita del lavoratore. E non è raro il caso nel quale, invece di retribuire la mercede in cereali o denaro, la si paga con una data misura del più abbondante prodotto della terra, come sarebbero frutta, agrumi, cedri ecc., generi tutti che, per il difetto di esportazione o mancanza di vie di comunicazione discendono a vilissimo prezzo; per il che il povero subisce una nuova perdita sul già magro salario.

"Nei mesi di giugno e di luglio, tempo delle messi, molti lavoratori si recano nelle Puglie o nella Terra di Lavoro ( la provincia di Caserta ) per segare il grano e guadagnare due lire al giorno, quando lavorano, e il pasto. Ma per ottenere così abbondante e straordinaria mercede, oltre gli stenti e le spese di disastrosi viaggi, sovente ritornano al loro paese malati per effetto delle grandi fatiche sopportate sotto la sferza del sole o per causa della malaria. In tal modo le famiglie, lottanti giorno per giorno con la fame e coi più stringenti bisogni, abbrutite da tutti questi guai, non conservano che una ben debole affezione per la loro prole e cercano ogni mezzo per alleggerire il peso della miseria, e trovare qualche sollievo. In molti paesi mandano fuori i bambini ad accattare ( chiedere la carità ), a suonare chitarre ed arpe, a ballare tarantelle, a cantare romanze. Cedono per pochi Ducati a vili speculatori le loro creature e questi mercanti di carne umana vivono e lucrano sui sudori d'innocenti che trasportano nelle più lontane contrade, in Francia, America, Germania, Malta, Algeria.Tutte queste angherie, tutte queste prepotenze ed abusi creano e alimentano quell'odio che separa le due classi; spingono ad atroci vendette o alla volontaria emigrazione, non quella feconda, lucrosa e intraprendente dei Genovesi e Biellesi, ma bensì quella che non ha altra mira che di sfuggire alle miserie e alle soperchierie, che spopola e isterilisce interi paesi, vi fa mancare le braccia robuste, e priva le famiglie dei loro cari più vegeti e più atti al lavoro. Il brigantaggio, ripeto, è solo la conseguenza dell'odio vicendevole fra oppressi e oppressori, cioè fra quelli che possiedono e i nullatenenti, odio tanto più intenso quanto meno progredita è la civiltà.

" Nè è a credere che, per i danni e per le stragi che fa il brigante, sia egli dalla generalità esecrato, tutt'altro. Anche i più tranquilli e i più onesti del basso popolo hanno lo spirito talmente pervertito e il livore contro il signore così vivo che inclinano a vedere nel bandito la personificazione gloriosa e legittima della resistenza armata verso chi li tiranneggia. Non è dunque da meravigliare se trovansi facilmente tanti manutengoli ( sostenitori ), non essendo l'orrido mestiere del brigante aborrito. Per le plebi i banditi sono anzi eroi e questo universale favore fa sì che qualche volta anche i maggiorenti ( i ricchi ), i quali naturalmente non possono vedere nei briganti che i loro acerrimi nemici, li temono, li accarezzano e invece di cercare il rimedio nell'educare e nel trattare meglio le plebi, non disdegnano di passare nelle file dei manutengoli, largamente sovvenendo e non mai tradendo il brigante. Allorchè il capobanda Mansi ricattava il ricco... a Giffoni, nell'interno del paese, entrando coi suoi in sull'imbrunire d'un bel giorno d'estate, ed operandone l'arresto presso un tabaccaio e caffettiere, egli tradusse seco il malcapitato proprietario e appena fuori dall'abitato un'onda di campagnuoli, anzichè prestarsi alla liberazione del loro padrone, proruppe in un'ovazione al bandito, gridando a squarciagola "Evviva il capitano Mansi!". E fecero corteo alla banda di briganti. I terrazzani ( contadini legati alla terra da contratto con il proprietario ) di Postiglione, Serre, Persano e luoghi limitrofi parlano ancora oggi con religioso rispetto di quella "buona anima" di Don Gaetano, che in vita fu il famigerato Tranchella.

DeCesarebanda all'azione

April 24

LA FESTA DELLA LIBERAZIONE

             
                   IL 25 APRILE DEL 1945
          L'ITALIA SI LIBERA DAL NAZIFASCISMO
 
                  
                    W LA RESISTENZA
 
                    W L'ITALIA
 
 
 
April 22

LA VITA DI CARMINE CROCCO

« ...E intorno a noi il timore e la complicità di un popolo. Quel popolo che disprezzato da regi funzionari ed infidi piemontesi sentiva forte sulla pelle che a noi era negato ogni diritto, anche la dignità di uomini. E chi poteva vendicarli se non noi, accomunati dallo stesso destino? Cafoni anche noi, non più disposti a chinare il capo. Calpestati, come l'erba dagli zoccoli dei cavalli, calpestati ci vendicammo. Molti, molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma libertà non è cambiare padrone. Non è parola vana ed astratta. È dire senza timore, È MIO, e sentire forte il possesso di qualcosa, a cominciare dall'anima. È vivere di ciò che si ama. Vento forte ed impetuoso, in ogni generazione rinasce. Così è stato, e così sempre sarà.... ... »
( CARMINE CROCCO)

Carmine Donatelli Crocco (Rionero in Vulture1 giugno 1830 – Portoferraio18 giugno 1905) è stato un brigante italiano . Si oppose alla conquista del Sud Italia da parte dei piemontesi nel periodo che va dal 1860 al 1870

Carmine Donatelli Crocco nasce in una capanna di foglie e fango il 5 di giugno dell'anno 1830, in quello che era una paese di 10000 abitanti all'epoca: Rionero in Vulture. Figlio di Francesco Crocco Donatelli, pastore presso la ricca e nobile famiglia Fortunato e di Maria Gera di Santo Mauro, massaia tutta casa e famiglia, secondogenito di cinque figli ha la vita segnata all'età di sei anni, quando con il fratello Donato uccise un cane reo di aver mangiato un coniglio di famiglia. Il cane apparteneva ad un signorotto del paese che sapendo dell'accaduto picchiò Donato, la disgrazia volle che la madre incinta di cinque mesi si contrappose tra il signorotto e suo figlio subendo un forte calcio al ventre che la costrinse a letto per ben tre anni. Successivamente il signorotto, tale don Vincenzo, venne colto da alcuni colpi d'arma da fuoco senza subire nessun danno fisico, incolpato di tutto fu il padre di Carmine che venne imprigionato. Questo episodio segnerà per sempre la vita di

Carmine Donatelli Crocco che diventerà poi il grande Crocco ancor oggi ricordato dalla maggiorparte dei cittadini lucani.Con il padre in carcere ingiustamente, e una madre ormai divenuta pazza il giovane Carmine con il fratello Donato va a lavorare come pastore in Puglia, più volte ritornò a Rionero in quel periodo ma la madre non lo riconobbe mai. Il padre intanto veniva scarcerato dopo 31 mesi poiché palesemente non colpevole ma la sua rimaneva comunque una libertà condizionata. Crocco ha 15 anni, quando salva dalle acque dell'Ofanto un nobile del posto che gli regala 50 scudi e gli permette di ritornare nella sua amata Rionero dopo ben 5 anni di soggiorno come pastore in Puglia. Tornato a Rionero il giovane Carmine inizia a lavorare come contadino presso la masseria di un certo Lovaglio e qua conosce il figlio di colui che picchiò sua madre. Costui offrì al giovane Carmine la possibilità di non prestare il servizio militare. Disgrazia volle che il giovane venne assasinato e quindi colui che sarebbe diventato Crocco si ritrovò nell'esercito di Ferdinando II, nel primo reggimento d'artiglieria.

Siamo nel 1851. Con la sorella a casa a lavorare per tante ore al giorno, Crocco riceve notizie della sua Rionero solo con le lettere della sorella stessa divenuta ormai maggiorenne. In una di questa la sorella parla di un tale don Peppino e di una certa Rosa che cercano di importunarla. Alla prima occasione utile Carmine torna a Rionero e, per vendicare quello che aveva subito la sua unica amatissima sorella Rosina, uccide con una pugnalata don Peppino. Dapprima rifugiatosi nella boscaglia, viene catturato e condannato. Da allora cominciò la sua vita da brigante.

Nel 1852 disertò e costituì con Ninco Nanco e Vincenzo Mastronardi una banda armata, che si insediò nei boschi di Monticchio e visse di rapine e furti fino all'arresto, avvenuto il 13 ottobre 1855. Fu condannato a 19 anni di carcere da scontare nel bagno penale di Brindisi, da cui evase nella notte tra il 13 e 14 dicembre 1859 tornando nei boschi di Monticchio.

Si unì quindi ai moti liberali di Rionero il 17 agosto 1860 sperando di ricevere la grazia. Tuttavia Decio Lordi, vicegovernatore, lo fece condannare per il sequestro di Michele Anastasia, avvenuto prima dei moti risorgimentali agostani. Con l'aiuto di alcuni amici, Crocco tentò la fuga verso Corfù ma venne sorpreso a Cerignola e nuovamente incarcerato. Evase nella notte tra il 3 e il 4 febbraio 1861 con l'aiuto del movimento legittimista rionerese, movimento a cui subitò aderì, con l'incarico di reclutare soldati rimasti fedeli ai Borbone.

Riuscì a riunire 400 o 550 briganti autonominandosi “generale del Re”. Il 7 aprile occupò il castello di Lagopesole e il giorno successivo Ripacandida, deve sconfisse la guarnigione locale della Guardia Nazionale. Crocco dichiarò subito decaduta l'autorità sabauda e ordinò che fossero esposti nuovamente gli stemmi e i fregi di Francesco II. Il 10 aprile i briganti entrarono a Venosa e la saccheggiarono, uccidendo tutti quelli che si opponevano alla loro autorità (tra cui il medico Francesco Nitti, nonno di Francesco Saverio Nitti). Anche qui fu istituita una giunta provvisoria.

Fu poi la volta di Lavello ed infine di Melfi (15 aprile), dove i suoi uomini precedentemente mandati provocarono una rivolta antisabauda e dove Crocco fu accolto trionfalmente. Quegli episodi impressionarono notevolmente il governo italiano che decise di inviare nuove truppe sotto il comando del generale Della Chiesa. Dopo numerosi scontri cadde anche la città natale del brigante. Insorgono anche molti paesi del materano e del lagonegrese.

Solo due giorni dopo però l'esercito di Crocco fu costretto a ritirarsi verso l'Ofanto a causa dei massicci rinforzi alla Guardia Nazionale inviati dal governo regio. Nei giorno successivi tutti i paesi insorti e occupati furono riconquistati, ristabilendo l'autorità sabauda. Crocco e la sua banda vissero nei boschi sperando in un provvedimento di clemenza. Dopo la disfatta, avvenuta sull'Ofanto il 25 luglio, fuggì nello Stato Pontificio, che aveva sostenuto la causa legittimista. Fu invece invece catturato a Veroli e incarcerato a Roma. Dopo la presa di Roma fu rilasciato alle autorità italiane e a Potenza fu condannato a morte l'11 settembre 1872. La pena fu commutata nei lavori forzati a vita, da svolgersi nel carcere di Portoferraio, dove morì il 18 giugno 1905.

Carmine Crocco è il personaggio principale del cinespettacolo "La Storia Bandita" che si tiene ogni anno, durante i mesi estivi, nel Parco Grancia di Brindisi di Montagna (PZ). Nel 2005, per commemorare il centenario della morte di Carmine Crocco, l'Associazione Culturale SKENÈ di Rionero ha allestito la commedia popolare dal titolo "La Ballata del generale Crocco" scritta e diretta da Mauro Corona. Un altro spettacolo - rivisitazione storica dell'epopea brigantesca - degno di nota è quello che viene riproposto ogni anno, nel mese di luglio,a Rionero denominato "La Parata dei Briganti", dove si racconta la vita dei briganti, delle loro gesta e dei processi del 1870 e 1872 presso il tribunale di Potenza a Carmine Crocco.

April 19

IL PARTITO NON SI SCIOGLIE

Giordano: Rifondazione non si scioglie. Una costituente per la sinistra
contrassegno.jpg«Ringrazio Bertinotti per il ruolo svolto. Ingenerose certe critiche personalizzate di questi giorni»
 Intervista al segretario di Rifondazione comunista alla vigilia del Comitato politico nazionale

di Anubi D'Avossa Lussurgiu

Franco Giordano, lo so che è difficile: ma ti chiedo per primo il significato delle tue dimissioni annunciate da segretario. E so che questo te lo rende ancor più difficile, ma non ti chiedo ora il significato emotivo, ti chiedo quello politico delle tue dimissioni, insieme a quelle dell'intera segreteria.
A me pare evidente e direi scontato che dobbiamo disporci con umiltà ad un'assunzione collettiva di responsabilità. E' quel che appunto proporrò. E, come pure s'è letto su qualche giornale, l'avrei fatto anche solo individualmente, su me stesso intendo. Ma sento fortissima, ora, la necessità persino vitale della responsabilità collettiva - che, ovviamente, metteremo al vaglio della discussione della nostra organizzazione. E questa responsabilità significa dare immediatamente la parola alle compagne e ai compagni di tutto il partito, che giustamente se la vogliono prendere: dargliela in maniera dirimente. Nella forma dovuta, che è quella del congresso: un passaggio che adesso è urgente, non più rinviabile.

Al congresso subito, dunque, come atto di responsabilità: un congresso sulle responsabilità?
E' bene istruire subito questa discussione. E da parte mia intendo, con un gesto del tutto unilaterale, evitare ogni forma di personalizzazione; che ridurebbe la discussione stessa a mera futilità, nella nostra situazione. Questo gesto, credo, può invece facilitare una discussione reale su quello che è drammaticamente accaduto. L'esatto contrario d'una reticenza rispetto alle responsabilità: all'opposto, significa provare tutti insieme a discutere per reagire. L'anticipazione del congresso che ho già proposto nella segreteria di martedì e che riproporrò al Comitato politico nazionale è l'apertura di questa discussione.

Ma è una discussione che interessa solo il Prc?
Io sento che insieme sia utile aprire una discussione grande e pubblica: che possa trovare le sue sedi e i suoi spazi, estesa a tutte e tutti coloro che oggi si interrogano nelle forme più critiche sulla catastrofe. Dare insomma parola e ascolto a coloro che si sentono di sinistra, sulla nostra sconfitta. E' un confronto da aprire già in queste ore, per lanciare una ricostruzione.

Segretario, provo a interpretare uno sguardo esterno: non è che sia molto chiara la natura del contendere nella discussione del gruppo dirigente di Rifondazione... Il tema è quello della possibilità o meno di sciogliere il partito?
In queste ore vedo che si brandisce il tema dello scioglimento del partito con una disinvoltura tale da autorizzare l'impressione che così si miri solo ad occupare postazioni congressuali ritenute più vantaggiose. Io non ho mai pensato allo scioglimento del Prc e sfido chiunque a trovare traccia del contrario. Il tema da proporre oggi proprio non è questo: anzi mi piacerebbe provare - questo credo sia l'impegno collettivo - a valorizzare una comunità e una storia, che sono le nostre, quelle di Rifondazione comunista. Ma qual è questa storia? Non certo la sua caricatura! La storia e la forza della nostra comunità sono state e sono nell'innovazione politico-culturale, in un percorso di apertura. Questa è Rifondazione comunista. E' un progetto di permanente relazione con i movimenti e le soggettività del campo della sinistra. E dunque questo significa valorizzare la nostra storia: valorizzare l'innovazione, culturale e politica di questi ultimi 15 anni. E, perciò, significa anche tenere aperta la strada della costruzione della nuova soggettività a sinistra.

Cioè, stai dicendo che non si dà futuro del Prc senza futuro di questa "nuova soggettività"? Che le due cose non sono in opposizione?
Sì, dico che le due cose stanno insieme.

Così, però, ti confesso che la temperie del dibattito interno risulta ancora più oscura: se non è uno scontro sullo scioglimento, cos'è allora? C'è dissidio, anche in quella che era la maggioranza, sulla valutazione del peso dell'esperienza di governo sulla frana elettorale?
Io vedo, intanto, due ragioni della sconfitta che potremmo definire "oggettive" e una terza che è soggettiva, che dipende cioè dalla nostra responsabilità e che, secondo me, le sovrasta. Su quest'ultima non può esserci alcuna reticenza. Comincio dalle ragioni "oggettive": la prima è che in queste elezioni si è impresso il segno di un'americanizzazione della società italiana, che recava tra i tanti aspetti l'auspicio della rimozione del conflitto sociale, la spettacolarizzazione della politica, la divaricazione fra una politica autoreferenziale e le dinamiche sociali. E nel pieno di questo scontro elettorale è venuto l'utilizzo truffaldino, cinico e disonesto del "voto utile". La distanza con le destre era incolmabile, irrimediabile, il Pd ne era cosciente: ha dunque giocato la carta della nostra distruzione solo per raggiungere una soglia minima, sotto la quale sarebbe entrato immediatamente in discussione l'intero suo progetto.

E l'altra ragione "oggettiva" del disastro?
E' che, accanto al voto utile, ha pesato la percezione netta e fondata d'uno scarto tra le aspettative di cambiamento di cui c'eravamo fatti portatori e i risultati concreti dell'azione di governo. Lo dico indipendentemente dal lavoro svolto dalle compagne e dai compagni che avevamo impegnato nell'attività dell'esecutivo, lavoro che ritengo positivo nelle condizioni date. Ma faccio tre esempi per me illuminanti, tre grandi manifestazioni: Vicenza contro la base Usa, il Pride e la più grande manifestazione degli ultimi tre lustri contro la precarietà, il 20 ottobre scorso. A diversi livelli, ne siamo stati stati fra i protagonisti: ma nell'azione di governo abbiamo incontrato un muro di impermeabilità sui temi che queste manifestazioni sollevavano. Tutto ciò ha prodotto disincanto, disaffezione, passività, astensionismo. E c'è da aggiungere che, su quelle domande di cambiamento, abbiamo trovato le più potenti resistenze, di soggetti forti cioè, non da parte di Dini o Mastella ma da parte del Pd. Per questo la ricostruzione del campo della sinistra non può che avvenire dentro un orizzonte strategico distinto da quello del Pd.

Scusa, ma in quella strettoia dell'esperienza governativa non c'è una responsabilità soggettiva? Qual è quella cui alludevi?
E' che quegli elementi oggettivi, americanizzazione e voto utile per un verso e delusione delle aspettative sulla nostra presenza al governo per l'altro, si sono trovati al cospetto di un nostro ormai palese sradicamento sociale e territoriale. E questo si è miscelato con il fatto che un orizzonte di alternativa di società, per essere credibile, non può essere semplicemente evocato, dev'essere vissuto. Le modalità concrete con cui abbiamo dovuto in fretta e furia costruire la Sinistra Arcobaleno ci hanno impedito di lavorare su questi due terreni. Ma il radicamento è un nostro problema antico, divenuto sempre più acuto. Voglio qui pubblicamente ringraziare la generosità, la passione e l'intelligenza politica di Fausto Bertinotti, che ha provato in maniera del tutto disinteressata a supplire a questa nostra difficoltà con la sua candidatura per la Sinistra, provando a riempire il vuoto con la sua forza culturale e progettuale. Per questo ho trovato ingenerose e sgradevoli umanamente, prima ancora che politicamente, certe critiche personalizzate di questi giorni.

Registrato: ma lo sradicamento del soggetto-partitico, che tu indichi come responsabilità soggettiva, non ne pone in causa in causa la consistenza stessa? E una concezione della politica?
Guarda, queste nostre difficoltà hanno fatto dire a Nichi - intendo Vendola - che siamo stati percepiti come un residuo. Lo penso anch'io: è come se il vento dell'americanizzazione, del voto utile e del disincanto abbia travolto uno scafo già troppo fragile. Da qui dobbiamo ripartire. Il territorio e i luoghi di lavoro sono i terreni su cui provare a ricostruire.

Sì, ma come? E in cosa diversamente da prima?
Io continuo a vedere una crisi della globalizzazione, che è economica e finanziaria e che si spinge sino alle fonti energetiche. Viene da dire perciò che avevano proprio ragione i ragazzi "no global". Dunque, una ricostruzione nostra e della sinistra si dà in un'idea di alternativa a questo modello in crisi: ma essa può nascere solo da una ricostruzione di soggettività. Il punto è: quali sono i soggetti su cui fare leva? Penso che dobbiamo battere su tre tasti: la ripresa in forme nuove del conflitto sociale, non relegandone la promozione alla titolarità sindacale ma assumendola politicamente; l'investimento da rinnovare sui movimenti; e l'investimento su quelle comunità, anche produttive, che hanno riscoperto il legame sociale e che resistono al processo di globalizzazione in una chiave rovesciata rispetto alle culture leghiste.

Un corpo a corpo con legame sociale, territorio e comunità su cui insiste Marco Revelli quando richiama lo specchio rovesciato del successo della Lega...
Ha ragione. La Lega, in una dialettica contrappositiva territorio-centro, ha recuperato come in un prisma i valori più diversi, costruendo però radici e configurando sulle paure nemici e bandiere sostitutivi del conflitto verticale: i migranti, lo scontro territoriale, l'egoismo fiscale. Noi invece nella dimensione territoriale dobbiamo riscoprire un'idea organizzativa mutualistica: il fare società di cui parla Marco, in grado di affrontare concrete risposte ai bisogni e di riorientare culturalmente. Verrebbe da dire con Lukacs: l'essere sociale e la coscienza, oggi così profondamente scissi e separati.

Detto tutto ciò resta problematico capire il "quid" della tensione interna, che non sia il macigno collettivo della sconfitta. Le divergenze sono forse sul futuro di una "soggettività" unitaria a sinistra?
Potrei dirti a questo punto che non so, non chiedere a me... Per conto mio, quel futuro l'immagino così: necessario, indispensabile e decisivo. La precipitazione che ci consegna in Italia questo voto, di cui sento così acuta la responsabilità, è che non c'è nessuno che rappresenti il conflitto, nella rappresentanza. E' evidente che si spalanca come questione strategica quella della costruzione d'una sinistra in grado di affrontare questa situazione. Partendo, credo io, dal fatto che l'ipotesi federativa sperimentata con la Sinistra Arcobaleno si è rivelata impraticabile, dispendiosa di energie senza risultati concreti e perdente. Coloro che da sempre l'hanno sostenuta, come il Pdci, sono ora i primi a sfilarsi e avanzano una proposta di "costituente comunista" che per noi è una forma di regressione assolutamente improponibile: perché cancellerebbe esattamente la storia del Prc, la sua peculiarità, la sua diversità. Ma, ugualmente, non possiamo fermare la nostra elaborazione dentro l'alveo novecentesco, con il tema del "partito unico". La sfida è sulla democrazia, sulla partecipazione e sull'innovazione. In questo senso è fortissimo il bisogno di una costituente: uno spazio pubblico in cui tutte e tutti possano intervenire, pesare e decidere.

In ultimo, Franco: tu, personalmente, come ti senti adesso?
Sento tutto il dolore di questi giorni. E sento anche la difficoltà a poter esternare il mio. Perché sento fortissima una grande responsabilità. La politica è fatta anche di sentimenti, di passioni; non solo di fredda, calcolatrice razionalità. E dentro tanto sgomento vedo pure tanta voglia di ricostruire e riprogettare il futuro. Tanta passione vera, appunto. Questa sconfitta peserà come un macigno nel cuore e nella testa di tante e tanti compagni. Bisogna aiutarci tutti a tenerci per mano e a tracciare collettivamente, con umiltà, con disponibilità all'ascolto, una strada. Non ci sono scorciatoie, solo passaggi decisivi. Bisogna riprovarci. Sapendo che nemmeno c'è tempo per inerzie, o calcoli personali.
 
April 18

DETTI LUCANI

1) Chi tropp' s'abbascia lu cule s' mostra

2) Fa prima 'na femmena a truvà 'na scusa ca 'nu soresce a truvà 'nu purtuse

3) Li sciabbole stanne appese, li fodere cumbattene

4) E' chianggiure, veramente, lu mort' ca 'nun dascia niente

5) Fa male e penza, fa 'bbene e scorda

6) Cu 'nu si t' mbiccia e cu 'nu no t' spiccia

7) Beate quedda casa addò lu prevere trase

8) Quann' lu cule mena vent' lu miereche stà allabente

9) A chiange lu mort' sò lacreme perdure

10) Da chi nun tene migliera nè figlie, nè p' amore nè p' cunziglie

11) Chi zappa beve acqua, chi porta beve vine

12) Turrone d' fera: tutta carta niente cupeta

13) Buoie pasce e campana sona

14) Cane de chianca, chiene d' sanghe e morte de fama

15) 'Nanz' ca muove 'nu piere datu se lu magnene li furmiche

16) Damm' temp' ca t' spertusa, disce lu pappèle a la fava

17) S'appaura ca lu cule gn'arrobba la cammiscia

18) La addina fà l'uove e a lu adda gn' bruscia lu cule

19) Quanne lu signore iesce cu la sciammèreca è segn' c' ha fernù li vestite

20) Li ciucce 'nnanz' e li cavadde appresse

21) Nun tene pane e va truvenne savicicchie

22) Li cannèle s' strurene e la prucessiona nun' camina

23) Quanne lu 'mbriache nunn' vole, tutt' lu dann' a beve

24) Tre sò li putente: lu papa, lu rRè e chi nun' tene niente

25) Diette strett' corchete 'menz'

26) Mieglie 'nu marire brutt' ca mica 'ntutte

27) Fra vituperio parla de castità

28) 'Ngasa d' pezzente nun manchene stozze

29) Lu scarpare ca nunn'ha chi fà conta li forme

30) Vizi da generale, pàa da capurale

31) Vai p' t' fa la croc' e t' ceca d'uocchie

32) Piccil' è l'abbetina ma tutta chiene de devozione

 

VULESSE ADDIVENTARE NU BRIGANTE

Vulesse addiventare nu brigante

 

Vulesse addeventare surricillo oi nennane'
vulesse addeventare surricillo oi nennane'
pe' le rusicare 'sti catene ca me strigneno le vene
ca me fann' schiav'
pe' le rusicare 'sti catene ca me strigneno le vene
ca me fann' schiav'

Vulesse addeventare pesce spada oi nennane'
Vulesse addeventare pesce spada oi nennane'
pe' put